Gli attori, siano essi di teatro o di cinema, lo fanno per mestiere: gli viene affidato un ruolo e il loro compito è quello di interpretarlo affinché possa sembrare reale. Noi invece, nella vita di tutti i giorni, diventiamo “attori per necessità”: siamo cioè chiamati a interpretare ruoli diversi in funzione del contesto in cui ci troviamo.

Pensate ad esempio a un padre di famiglia, che oltre ad essere un marito magari è anche un imprenditore. Oppure a una giovane studentessa, che fuori dalla scuola è un’atleta professionista di alto livello e nel poco tempo libero che le rimane è anche un’amica preziosa. 

Quando le cose vanno bene, ognuno di noi cerca di interpretare i propri ruoli rispettando le propria autenticità (le persone cercano di essere se stesse, a prescindere dal ruolo). Ma quando le cose vanno male, il rischio è quello di cadere in uno schema comportamentale disfunzionale che accomuna tanto il padre di famiglia quanto la giovane studentessa. Entrambi potrebbero decidere di interpretare uno di questi tre ruoli: la vittima, il carnefice, o il salvatore.

Secondo lo psicologo Stephen B. Karpman sono questi i ruoli che noi esseri umani tendiamo a interpretare quando viviamo delle difficoltà o dei conflitti. Ed è proprio il modo in cui questi diversi “personaggi” interagiscono tra loro che dà vita al cosiddetto triangolo di Karpman o triangolo drammatico.

Diamo un’occhiata da vicino a ciascuno di questi 3 ruoli.

LA VITTIMA | Chi interpreta questo ruolo ha la tendenza a “frignare”: se ne esce spesso con frasi come tu non puoi capirmi”, “oh, povero me!“, “non è colpa mia“, “non ce la farò mai. Le piace essere al centro dell’attenzione, richiamando a sé sia il carnefice che il salvatore, ma non è disposta ad assumersi quasi mai la responsabilità dei problemi che vive. Una delle caratteristiche più identificative della vittima è la ricerca dell’alibi: la colpa del suo malessere ricade sempre o sulle circostanze o sugli altri. Ma quindi perché interpretare questo ruolo così poco degno? La risposta a questa domanda sta nei vantaggi di cui si può godere: essere vittima ci fa rimanere nella nostra zona di comfort, non ci costringe a fare i conti con il prezzo dell’indipendenza e ci consente di evitare gli impegni.

IL CARNEFICE | Chi indossa questo mantello tende ad essere sempre molto iper-critico e iper-controllante. Pronuncia solitamente frasi del tipo è colpa tua!“, “hai sbagliato di nuovo“, “non ne azzecchi mai una“, “le cose o le faccio io o vengono fatte male!. Questi attacchi rivolti alle altre persone altro non sono che meccanismi di difesa che il carnefice utilizza per ripararsi dalle proprie debolezze e dalle proprie paure. In questo modo, puntando il dito contro gli altri si può permettere il lusso di non fare i conti con le proprie fragilità, ponendosi apparentemente in una condizione di agio mentale.

IL SALVATORE | Ossia colui che corre sempre in soccorso della vittima e, laddove necessario, la difende dal carnefice. Tra le frasi più rappresentative pronunciate dal salvatore troviamo: ti aiuto io“, “so che hai bisogno di me“, “me ne occupo io“, “non preoccuparti, ci sono qua io. Apparentemente diremmo tutti che chi interpreta questo ruolo è il “buono” della compagnia, ma non sempre è così. Il salvatore, infatti, spesso lo fa per sentirsi giusto e moralmente superiore, e questo modo di mettersi sempre a servizio degli altri è spesso solo una scusa per evitare di dover aiutare se stesso. Questo atteggiamento disfunzionale ha due ripercussioni negative: per la vittima, che a causa del salvatore non è in grado di sviluppare indipendenza nell’affrontare i problemi; e per il salvatore stesso, che vive stati di frustrazione quando non riesce ad aiutare gli altri per non aver adempiuto al suo ruolo auto-definito.

La domanda sorge quindi spontanea: come è possibile uscire dal triangolo drammatico identificato da Karpman ed evitare di cascare in questa dinamica disfunzionale?

Che tu ti senta più vittima, più carnefice o più salvatore, la soluzione è sempre e solo una, e porta il nome di “piena assunzione di responsabilità”. Assumersi il 100% della responsabilità dei nostri risultati e delle nostre esperienze non significa che se le cose vanno male la colpa sarà interamente nostra, ma significa uscire da quel labirinto intitolato “trova il colpevole”. Qualsiasi sia la situazione che stiamo vivendo in questo momento della nostra vita, c’è sempre qualcosa che possiamo fare per migliorarla e che è completamente sotto il nostro controllo.

Infatto, è di tutto ciò che è nella nostra sfera del controllo che dobbiamo assumerci il 100% della responsabilità. Non possiamo controllare l’economia, il clima, il traffico, la politica, il modo in cui pensano e agiscono gli altri, le malattie, i lutti, etc. Ma possiamo sempre controllare il modo in cui scegliamo di reagire a queste situazioni e, di conseguenza, le azioni che decidiamo di compiere.

Questo significa assumersi il 100% della responsabilità: smettere di essere vittime e non permettere a nessuno di definirci tali (neanche a noi stessi); evitare di travestirci da carnefici, e scaricare le responsabilità solo sugli altri; ridurre gli atti di falso eroismo solo per evitare di aiutare se stessi. Ciascuno di noi ha il potere di guidare la propria vita nella direzione che desidera, ma solo se è disposto a uscire dal triangolo di Karpman. A buon intenditor, poche parole!


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